In occasione dell’uscita in Italia di ’Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi’ (Einaudi - link) abbiamo avuto la possibilità di fare qualche domanda all’autore D.T.Max, editor del New Yorker e autore di uno splendido pezzo su DFW nel 2009 (link).

D.T. Max è anche su tumblr: http://dtmax.tumblr.com/
(Lo scambio in inglese si può leggere sul sito The Howling Fantods)
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archivioDFW: Si ricorda la prima volta che ha sentito parlare di David Foster Wallace? Quali furono le sue prime impressioni?
D.T. Max: Ho saputo di David molto tempo fa. Avevo una ventina d’anni ed ero a New York come editor, quando Gerry Howard, l’editor di DFW, mi ha mandato una copia de La Scopa del Sistema, sperando in una mia recensione. Ce l’ho ancora quel libro, un po’ ingiallito e invecchiato, ma a cui tengo molto.
aDFW: Abbiamo fatto un sondaggio tra i fan italiani, ma vorremmo chiederlo anche a lei: quale libro di David raccomanderebbe come introduzione a qualcuno che non lo abbia mai letto prima?
D.T. Max: Credo sia meglio iniziare con Una Cosa Divertente… [la versione originale combina Una cosa divertente che on farò mai più e Tennis, TV, Trigonometria e Tornado] Il tono speciale di DFW è già presente, ma il libro è sicuramente più facile da leggere rispetto alla narrativa..

aDFW: Il libro è un’espansione del suo ottimo articolo sul New Yorker nel 2009: Ci chiediamo come (e se) il suo approccio al lavoro di DFW come lettore sia cambiato a seguito delle sue ricerche nella sua biografia. Più in generale, ci dovremmo aspettare che il nostro modo di leggere i suoi libri cambi dopo aver saputo così tanto sulla loro origine?
D.T. Max: Più cose ho imparato sulla vita di David maggior è il rispetto che nutro nei suoi confronti come scrittore, ancora più estasiato e innamorato. Mi sono spesso meravigliato della maniera formidabile in cui riusciva a trasformare in fiction le cose che vedeva attorno a sé. Dico sempre che una biografia riesce a dirti tutto quello che vuoi sapere tranne l’unica cosa che davvero vuoi sapere: in cosa consista il genio. Di fronte a questo, come forse Freud potrebbe aver detto, il biografo deve arrendersi.
aDFW: Parlando del titolo che ha scelto per il suo libro: sappiamo che è una frase usata almeno due volte da Wallace (in Tri-stan… e ne Il Re Pallido). Cosa significa per lei? E per David?
D.T. Max: Per David, chi può dirlo. Lo scrive alla fine di una lettera ad uno dei suoi insegnanti nel corso di master, quando ancora era poco più che ventenne. E poi riappare diverse volte. E’ chiaro che gli piaceva molto la frase. In un pezzo sul New Yorker ripercorro le origini della frase in un racconto inedito di Christina Stead, una storia che David di sicuro non poteva aver visto. Quindi non so.
Per me riassume gli sforzi del biografo, che troppo spesso sta lì ad inseguire un fantasma, metaforicamente e letteralmente. Quando penso a DFW e alla sua speranza che la scrittura potesse liberarlo dai suoi demoni, be’ che cos’è se non un’altra storia d’amore che finisce con un fantasma?
aDFW: Nella sua recensione del 2004 della biografia di Borges [presente nella raccolta Both Flesh and Not, di prossima uscita anche in italiano], DFW discute le difficoltà di un biografo che cerca di creare un qualcosa di interesse letterario con una storia che potrebbe essere non necessariamente interessante. Sostiene che la vita di Kafka o Dostoevsky meritino una biografia, ma non quella di Borges. Per questo ci chiediamo: perché la vita di David è una storia interessante da raccontare?
D.T. Max: In maniera intuitiva credo di essere d’accordo con David nella sua distinzione: c’è uno scarto tra la vita e la narrativa che nel caso di Borges non si può colmare. DFW mi sembra un caso quasi opposto: la biografia chiarisce tanti punti della sua narrativa, le preoccupazioni della vita e del lavoro si accavallano molto profondamente che sembra quasi che DFW sia il perfetto esempio di autore “da biografia”. C’è poco di ciò che sperimenta nella sua narrativa che non abbia già sperimentato nella sua vita.
aDFW: L’Italia è stato certamente uno dei primi paesi a leggere DFW tradotto. Ma osserviamo anche una curiosa relazione tra DFW e l’Italia; per esempio Capri è stata la destinazione di uno dei suoi pochi viaggi fuori dagli USA, e ci sono tantissime allusioni all’Italia in Infinite Jest (le origini degli Incandenza, la Santa Teresa del Bernini, la via Appia dove Hal sogna di correre, il Dott.Zegarelli…). Riesce a trovare una spiegazione per questa cosa?
D.T. Max: Se era affascinato dall’Italia? Mi sembra ci sia qualcosa in particolare ma non sono sicuro di cosa sia. Ed è anche vero che gli italiani hanno reagito al lavoro di DFW molto prima che nel resto d’Europa. Per quanto riguarda i cognomi italiani presenti nei testi di Wallace, forse è un modo di dare un effetto comico – in inglese i nomi lunghi vengono percepiti come entusiastici, ampollosi, caotici.
aDFW: Wallace amava molto la matematica. Ha trovato, nella sua ricerca, qualcosa di nuovo e sorprendente su questa relazione tanto esibita, ma spesso incerta, con questa disciplina?
D.T. Max: Sono arrivato ad apprezzare il modo in cui, come si dice, cercasse di andare forse troppo oltre rispetto alle sue possibilità in questo ambito. Ho anche trovato una lettera in cui ammette che non è tanto la matematica a piacergli, quanto la ‘meta-matematica’; quello che lo eccitava era la teoria della matematica. Parla di questo, in una lettera che cito nel libro, come se fosse “una specie di truffa, qualcosa come alzare la gonna di una ragazza sopra la sua testa e baciarla sul ventre nudo prima ancora di essersi presentati o aver bevuto una birra o qualcos’altro insieme.”
aDFW:: Leggendo il suo libro scopriamo che molti temi nella narrativa di DFW sono in realtà molto biografici (dipendenza, depressione, tennis, matematica, e apparentemente anche i problemi con l’Agenzia delle Entrate). Sarebbe corretto considerare questa cosa in qualche modo come un limite di David come scrittore?
D.T. Max: Niente affatto. David riusciva ad essere molto inventivo – partiva dal materiale che aveva tra le mani – ma eccome se era immaginativo. Basta dare un’occhiata alle cose che faceva con quel materiale.
aDFW: Nel suo libro parla di diari personali di David (per esempio racconta che ruppe con una ragazza quando la scoprì a leggerne uno). Non ne abbiamo trovato traccia nel catalogo dell’Archivio di Austin, ma possiamo immaginare che li abbia letti: qual è stata la loro influenza su questa biografia?
D.T. Max: Vi sono solo pochi diari conosciuti, e qualche pagina sparsa, la maggior parte delle quali sono nell’archivio di Austin e quelli li ho letti. A volte scarabocchiava qualcosa ai margini o sul retro di fogli su cui scriveva le sue storie e a volte contenevano delle riflessioni personali. Delle centinaia di diari che di sicuro ha avuto ne abbiamo trovato solo una piccola percentuale. Non so se salteranno fuori prima o poi o se li ha distrutti o cestinati. In generale non era un tipo che conservava cose – diari, lettere, bozze.
aDFW: Secondo lei, quali scrittori hanno mostrato maggiormente di aver subito l’influenza di Wallace e di star procedendo secondo le linee da lui definite di un superamento della tradizione postmoderna e così via?
D.T. Max: Credo che George Saunders sia in particolare la persona su cui concentrarsi in questo senso – un altro scrittore la cui precoce maestria tecnica e di tono sono riusciti alla fine ad espandersi fino ai e includere una lettura simpatetica della condizione umana. [il libri di Saunders in Italia sono stati pubblicati da Einaudi e Minimum Fax]