Archivio David Foster Wallace Italia

I am in here

6 note &

Gli infiniti scherzi matematici di DFW (R. Natalini)

In occasione del convegno "Infinite Wallace / Wallace infini", che si tiene in questi giorni a Parigi, il sito Images des Mathématiques ha chiesto a Roberto Natalini, matematico del CNR e collaboratore fisso di questo sito, di scrivere un breve articolo sulle connessioni tra David Foster Wallace e la matematica. [la versione francese la trovate qui]

~

Gli infiniti scherzi matematici di DFW di Roberto Natalini

Roma, 12 settembre 2014

"Le derivate sono solo trigonometria con un po’ di immaginazione."
(David Foster Wallace, Infinite Jest)

David Foster Wallace è considerato uno dei migliori scrittori americani degli ultimi trent’anni, eppure di lui in Francia si parla ancora molto poco. Certo, è difficile apprezzarlo non avendo letto il suo principale romanzo, Infinite Jest, pubblicato negli USA nel 1996, che TIME ha inserito nella lista dei 100 migliori romanzi in lingua inglese degli ultimi 80 anni e che solo l’anno prossimo dovrebbe essere tradotto in francese dalle éditions de l’Olivier (in Italia è stato tradotto nel 2000, in Germania nel 2009). Un romanzo sicuramente difficile da tradurre (1079 pagine, con ben 388 note finali), ma forse non altrettanto difficile da leggere, visto che in tutti i paesi in cui è stato pubblicato è stato accolto da un grande successo di critica e di pubblico. Tuttavia qualcosa anche in Francia sta cambiando, e proprio in previsione di questa imminente (e più volte annunciata) traduzione, si è aperto ieri, 11 settembre, a Parigi un grande convegno internazionale su questo autore "Infinite Wallace / Wallace infini". Prima di andare avanti, i lettori di Images des Mathématiques vorranno però cercare di trovare risposta a due domande che a questo punto si staranno facendo strada: a) perché ce ne stiamo occupando su questo sito b) perché questo articolo non è apparso ieri. Alla prima rispondo subito, mentre la risposta alla seconda si capirà verso la fine dell’articolo.

Leggi tutto …

Archiviato in dfw Roberto Natalini matematica infinito


Share/Bookmark

28 note &

Le parole della sorella di #DFW

In occasione del sempre triste anniversario della scomparsa di David Foster Wallace, quest’anno vi offriamo in esclusiva la traduzione delle parole della sorella di David, Amy, pronunciate nel tributo del 23 Ottobre 2008 allo Skirball Center for the Performing Arts della New York University. 

Il testo originale si legge sul numero 10 della rivista Five Dials (curata dall’editore Hamish Hamilton); nello stesso numero potete leggere le parole di altri amici scrittori di DFW - come Franzen, De Lillo, Saunders.

Noi ringraziamo immensamente Francesco Fantoni per la traduzione.

~

Fino a poco tempo fa io e David potevamo considerarci fortunati nell’avere poca esperienza con il dolore. Quando nostra nonna è morta, dieci anni fa, eravamo entrambi emotivamente dei principianti. Ricordo che ero seduta vicino a lui al funerale. 

Chiunque parlò per primo pronunciò forse cinque parole prima che entrambi crollassimo – gemiti, singhiozzi, aggrappati l’uno all’altro.
Se non fossimo stati in presenza dei nostri parenti, credo che le persone riunite ci avrebbero scambiato per due imbroglioni, che nonna Betty non avesse lasciato al caso il grado di sofferenza che doveva trovare espressione al suo funerale.
Eravamo del tutto meravigliati – stringevamo forte le consumate palline di Kleenex – di come nostro nonno potesse trovare la forza di stare in piedi e di spiegare l’onore di essere stato il marito di quella donna per sessant’anni.

Leggi tutto …


Share/Bookmark
Share/Bookmark

0 note &

Il rap spiegato… (Avison Magazine)

Riproponiamo la recensione di Claudio Novelli del libro di DFW e Mark Costello ‘Il rap spiegato ai bianchi’ (minimum fax) apparsa su Avison Magazine

~

Il rap era qualcosa di difficilmente deglutibile dalla cultura “bianca”, almeno fino a qualche tempo fa. Le ragioni che sono alla base di questa diacronia sono delle più disparate e a cercare di razionalizzarle sono David Foster Wallace e Mark Costello. Il titolo del libro ( tradotto un po’ alla buona, l’originale era Signifying rappers. Rap and race in the urban present ) nella sua didascalica sintetizzazione crea già i presupposti giusti per affrontare la lettura: il rap deve, esige di essere spiegato. Mi rendo conto che un discorso del genere abbia poco piglio considerato il fatto che rispetto al 1989 (anno in cui è stato scritto il libro) il panorama musicale ha certamente visto un repentino cambio d’umore rispetto l’esperienza del rap. Tuttavia quello attuale è un rap molto diverso da quello che i due scrittori americani imparano a conoscere nel corso della loro immersione. Dinanzi a noi, ora, vi è un genere musicale che pare aver scavalcato l’ossessionante autoreferenzialità del ghetto e che arriva a conquistare ogni tipo di ascoltatore, pur asservendo la logica pop-commerciale che svilisce la ribellione e i valori di lotta ( forse scriteriati, probabilmente vanagloriosi ) che ne segnavano la nascita.

Ma concentriamoci sul libro.
Nella prefazione di Costello viene raccontata la collaborazione tra i due e precisati alcuni aspetti anche più volte ripresi nel corso dello scritto. Anzitutto stiamo parlando sostanzialmente di un saggio (qui Wallace è piuttosto navigato) pur sensibilmente ironico e scorrevole. Si sa però che il campo della critica è delicato, dunque dedicarsi ad un lavoro del genere richiede delle importanti considerazioni. Difatti più volte viene sottolineato il fatto che l’osservazione del rap arriva rigorosamente dall’esterno, dalla penna di intellettuali bianchi e borghesi; da un mondo che non ha mai sentito la necessità di incanalare la propria rabbia in un genere musicale come avviene per il rap (è spesso richiamato il paragone con il rock, che a confronto è musica da asilo nido). Il libro è dedicato a Lester Bangs, la cui influenza sullo stile di scrittura è – oserei dire – completamente assente per cui credo che si tratti semplicemente di un omaggio ad un personaggio che andava alla radice delle cose, non mancando mai di porre in primo piano le farneticazioni della critica. In questo senso gli autori ci tengono sempre a ricordare quale fosse il sincero disinteresse ( in caso contrario era denigratorio ) espresso inizialmente nei confronti del rap.

Il libro si divide in tre parti – Diritto, Ostacoli, Acquisizione – e la prima di queste trae spunto da una vicenda che vede coinvolti i due scrittori per approdare, dopo una serie di incessanti digressioni, all’analisi delle ragioni e delle convinzioni che si celano dietro il mondo del rap. Un mondo che si alimenta delle guerre tra le gang, della infaticabile ipocrisia della cultura bianca e tutto il resto appresso.

"E state freschi se volete capire il senso delle guerre fra gang, del rap, di qualsiasi fenomeno di Reaganlandia o anche di questo libro senza ammettere come prima cosa che il cuore del fenomeno è il desiderio di diventare una star."

Oltretutto D. F. Wallace per argomentare l’irrinunciabile incomunicabilità tra la cultura rap e chiunque rispetto alla stessa sia estraneo (magari neanche riconoscendosi in quanto tale) fa ricorso al significato e alla collocazione dello stereotipo, considerato soggetto/oggetto offuscante alla base del disprezzo. Il difetto dello stereotipo è quello di non riuscire a eleggere la Parte a Tutto, cosa che invece compie quella differente figura retorica che è la sineddoche. Questo è un ragionamento originale che mi è servito a capire per quale motivo avessi scelto di comprare il libro: per farmi spiegare il rap da chi, come me, non ne può sul serio condividere l’essenza ma che dimostra di avere la curiosità di porsi delle domande.
Un vezzo – a mio parere molto utile – degli autori è quello di riportare spesso parte dei testi dei brani rap, ergendosi gli stessi ad esplicazione dei fenomeni principali. Sì, perché numerose pagine sono dedicate agli elementi testuali dei pezzi pur non mancando parti che si dilungano sugli aspetti più propriamente tecnici, vale a dire i campionamenti. Ma le parole che fanno da vivavoce alle basi rap, rappresentano il fattore di più vivo interesse. Nell’essere così legate sempre e comunque agli stessi temi, nella ostinata ribellione di classe, nella ferocia della denuncia e nel riconoscimento in icone elette tali da una coscienza con la memoria corta.
Le ultimissime riflessioni sono dedicate a degli interrogativi ai quali noi, persone del 2014, potremmo essere in grado di rispondere. Quali sono le sorti future di un genere musicale che presenta l’autoesaltazione come campo d’esistenza e dove vanno ricercate le prospettive ideali (se ce ne sono) aldilà di una genesi gloriosa ma tormentata? A tutti noi la risposta.

"La cazzunta genialità del rap sta in questo processo circolare, un loop quasi digitale: ha trasformato l’orrore del suo mondo – tradito dalla storia, bombardato da segnali contraddittori, violentato nella sua impotenza, isolato, claustrofobico e privo di vie d’uscita – ha trasformato questa specifica forma di orrore in una specifica forma d’arte d’avanguardia."

P.S.

AGGIUNGO I LINK DI ALCUNI BRANI NOMINATI DAL LIBRO:

Claudio Novelli

Archiviato in DFW minimum fax recensioni avison magazine


Share/Bookmark

Share/Bookmark
Share/Bookmark

2 note &

Cronaca di un parricidio (il Pickwick)

Un bel pezzo di Grazia Laderchi su “Verso occidente…" apparso su Il Pickwick

Per presentarvi il libro che questa recensione tenterà di mettere a fuoco, potrei limitarmi ad illustrarvi le qualità che lo rendono di per sé ampiamente degno della vostra attenzione e, possibilmente, lettura. Oppure, potrei partire da molto più lontano, e raccontarvi una storia che ve lo farà guardare con occhi completamente diversi. Perché, potenziali lettori, dietro questo apparentemente innocuo oggetto cartaceo dalla forma comune e rassicurante, “un manufatto, un oggetto, una pura e semplice cosa di questo mondo, composta di polpa di legno emulsionata e file parallele orizzontali di inchiostro”, dovete sapere che c’è la macchia di un crimine, uno dei più efferati: il parricidio.
Delle due possibilità opto per la seconda, per due motivi:
− il primo di natura economico/emotiva: voi non avete idea di quanto mi sia costata in termini terra-terra-monetari questa storia, e in qualche modo mi debbo sfogare;
− il secondo è per un pettegolezzo metanarrativo, e ogni storia che viene condita con questo saporito ingrediente diventa assai più gustosa.
Dunque, ecco i fatti.

Leggi tutto …

Archiviato in dfw il pickwick verso occidente minimum fax


Share/Bookmark

3 note &

Intervista radiofonica a DFW del 1996

Circola da oggi un’intervista inedita a DFW datata Febbraio 1996, a poche settimane dall’uscita di Infinite Jest

(Fonte: radioopensource.org)

Archiviato in DFW radio intervista 1996 infinite jest WBUR Boston


Share/Bookmark

1 nota &

Due chiacchiere con Alessandro Raveggi

Vi proponiamo uno scambio con Alessandro Raveggi,autore di un saggio su David Foster Wallace, uscito come ebook per Doppiozero.

Il saggio di cui parliamo lo trovate quiquesto invece il sito di Alessandro Raveggi.  

——

archvioDFW: Definisci il tuo breve saggio un “commiato” e anche “un esorcismo”: da dove nasce questa necessita’ di staccarsi da DFW?

Alessandro Raveggi: Prima di tutto, sono portato a credere che, in qualche modo, leggere troppo fissamente un autore che fa della deformazione linguistica un suo motore di forza (una sua ossessione) possa sortire un effetto negativo e meduseo per chi come me scrive e legge allo stesso tempo – per lavoro e per passione. Succede lo stesso con molti maestri postmoderni, con Beckett, con la neoavanguardia italiana e europea, o con altri autori più concettuali e cerebrali. Secondo di poi, credo anche che l’eccessiva mitizzazione di Wallace porti a schermare molto Wallace stesso come autore. Vedi il paradosso di Infinite Jest: il romanzo più citato e meno letto della storia del romanzo contemporaneo. Il fatto che Wallace sia diventato un po’ un meme un autore acromizzato un marchio di fabbrica per hipster – per carità, niente di male se ti citano i Simpson ma può essere anche pericoloso perché diventi una macchietta ben poco nobile… Insomma, bene il fanatismo, ma lasciamo in pace il fantasma di Wallace e solo così riusciremo a rileggerlo negli anni, altrimenti rischiamo di farlo divenire una moda del momento, un fuoco fatuo. Il tentativo rischioso del mio libro è quello di correre ai ripari come lettore e come autore. 

aDFW: Tra i diversi spunti di riflessione che ci offri nel tuo saggio, ho apprezzato molto il tuo uso della metafora “Tennis in TV” per spiegare come vadano lette le opere di DFW.

AR: Uso la teoria del tennis di Wallace come una teoria della lettura di Wallace stesso. La sua è una teoria filosofica molto raffinata, un elogio della cinestetica compiuto a colpi di estetica medievale e contenente anche una possibile scappatoia alla società dello spettacolo televisivo della quale spesso Wallace dichiara l’imprescindibilità e allo stesso tempo la necessità di resistervi. L’elemento magico dei muscoli e delle tattiche di Federer mi ha ricordato molto il muscolo wallaceano: come se quella dinamica fosse una possibilità di redenzione per il lettore, una possibilità di strapparsi di dosso gli occhi del disincanto postmoderno, una possibilità di leggere Wallace al di là dei tempi, da vicino.

Leggi tutto …

Archiviato in DFW Raveggi Doppiozero saggio Q&A


Share/Bookmark