Archivio David Foster Wallace Italia

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Cronaca di un parricidio (il Pickwick)

Un bel pezzo di Grazia Laderchi su “Verso occidente…" apparso su Il Pickwick

Per presentarvi il libro che questa recensione tenterà di mettere a fuoco, potrei limitarmi ad illustrarvi le qualità che lo rendono di per sé ampiamente degno della vostra attenzione e, possibilmente, lettura. Oppure, potrei partire da molto più lontano, e raccontarvi una storia che ve lo farà guardare con occhi completamente diversi. Perché, potenziali lettori, dietro questo apparentemente innocuo oggetto cartaceo dalla forma comune e rassicurante, “un manufatto, un oggetto, una pura e semplice cosa di questo mondo, composta di polpa di legno emulsionata e file parallele orizzontali di inchiostro”, dovete sapere che c’è la macchia di un crimine, uno dei più efferati: il parricidio.
Delle due possibilità opto per la seconda, per due motivi:
− il primo di natura economico/emotiva: voi non avete idea di quanto mi sia costata in termini terra-terra-monetari questa storia, e in qualche modo mi debbo sfogare;
− il secondo è per un pettegolezzo metanarrativo, e ogni storia che viene condita con questo saporito ingrediente diventa assai più gustosa.
Dunque, ecco i fatti.

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3 note &

Intervista radiofonica a DFW del 1996

Circola da oggi un’intervista inedita a DFW datata Febbraio 1996, a poche settimane dall’uscita di Infinite Jest

(Fonte: radioopensource.org)

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Due chiacchiere con Alessandro Raveggi

Vi proponiamo uno scambio con Alessandro Raveggi,autore di un saggio su David Foster Wallace, uscito come ebook per Doppiozero.

Il saggio di cui parliamo lo trovate quiquesto invece il sito di Alessandro Raveggi.  

——

archvioDFW: Definisci il tuo breve saggio un “commiato” e anche “un esorcismo”: da dove nasce questa necessita’ di staccarsi da DFW?

Alessandro Raveggi: Prima di tutto, sono portato a credere che, in qualche modo, leggere troppo fissamente un autore che fa della deformazione linguistica un suo motore di forza (una sua ossessione) possa sortire un effetto negativo e meduseo per chi come me scrive e legge allo stesso tempo – per lavoro e per passione. Succede lo stesso con molti maestri postmoderni, con Beckett, con la neoavanguardia italiana e europea, o con altri autori più concettuali e cerebrali. Secondo di poi, credo anche che l’eccessiva mitizzazione di Wallace porti a schermare molto Wallace stesso come autore. Vedi il paradosso di Infinite Jest: il romanzo più citato e meno letto della storia del romanzo contemporaneo. Il fatto che Wallace sia diventato un po’ un meme un autore acromizzato un marchio di fabbrica per hipster – per carità, niente di male se ti citano i Simpson ma può essere anche pericoloso perché diventi una macchietta ben poco nobile… Insomma, bene il fanatismo, ma lasciamo in pace il fantasma di Wallace e solo così riusciremo a rileggerlo negli anni, altrimenti rischiamo di farlo divenire una moda del momento, un fuoco fatuo. Il tentativo rischioso del mio libro è quello di correre ai ripari come lettore e come autore. 

aDFW: Tra i diversi spunti di riflessione che ci offri nel tuo saggio, ho apprezzato molto il tuo uso della metafora “Tennis in TV” per spiegare come vadano lette le opere di DFW.

AR: Uso la teoria del tennis di Wallace come una teoria della lettura di Wallace stesso. La sua è una teoria filosofica molto raffinata, un elogio della cinestetica compiuto a colpi di estetica medievale e contenente anche una possibile scappatoia alla società dello spettacolo televisivo della quale spesso Wallace dichiara l’imprescindibilità e allo stesso tempo la necessità di resistervi. L’elemento magico dei muscoli e delle tattiche di Federer mi ha ricordato molto il muscolo wallaceano: come se quella dinamica fosse una possibilità di redenzione per il lettore, una possibilità di strapparsi di dosso gli occhi del disincanto postmoderno, una possibilità di leggere Wallace al di là dei tempi, da vicino.

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Prefazione a: Il rap Spiegato ai bianchi (di M. Costello e DFW)

Pubblichiamo la prefazione di Mark Costello alla nuova edizione di Il rap spiegato ai bianchi, scritto a quattro mani con David Foster Wallace. Traduzione di Martina Testa e Christian Raimo

di Mark Costello

All’inizio del 1989 mi arrivò una telefonata da David Wallace, il mio migliore amico ed ex compagno di stanza all’università, che all’epoca abitava a casa dei suoi, nell’Illinois. Mi informava che in autunno avrebbe ripreso gli studi, alla facoltà di estetica di Harvard, cominciando la lunga e faticosa marcia verso il dottorato e quella che immaginava come una carriera da professore di filosofia in qualche campus verdeggiante e sonnolento. Dato che io mi trovavo già nella zona di Boston (sono nato da quelle parti), mi proponeva di andare a vivere di nuovo insieme.

(Fonte: minimaetmoralia.it)

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Le ombre del Padre: l’Infinite Jest dell’Imago paterna (Carmilla)

Carmilla riprende un testo di Girolamo De Michele pubblicato sul n. 9, maggio 2014 della Nuova Rivista Letteraria.

~

Ti rendi conto, vero, che Dio non assomiglia affatto a tuo padre? Lo sai, sì? [Andre Agassi, Open]

Lege, quaeso [David Foster Wallace (scritto di propria mano in esergo a una copia di IJ)]

Una delle molte chiavi interpretative di quella multiforme macchina narrativa che è Infinite Jest1 di David Foster Wallace è il rapporto tra padre e figlio – o meglio: tra l’orfano Hal Incandenza e l’ombra del Padre (Padre-padrone? Padre-eroe?) James O. Incandenza. Il romanzo è ambientato in un futuro prossimo venturo rispetto all’anno di pubblicazione (1996), in buona parte nel 2009-2010, con un inquietante spiazzamento rispetto al 2014 in cui state leggendo questo articolo. In verità, dovremmo dire che il romanzo è ambientato in prevalenza nell’Anno del Pannolone per Adulti Depend (A.P.A.D.) e nell’Anno di Glad, secondo la cronologia del Tempo Sponsorizzato istituito a partire dal 2002. Il padre di Hal, un regista di film sperimentali, si è suicidato in modo spettacolare inserendo la testa in un formo a microonde2, lasciando il figlio Hal in una condizione dalla quale non si riprenderà, e che anzi sfocerà nella progressiva caduta in una sorta di catatonia: qualcosa tipo la condizione depressiva in cui scivola Amleto dopo l’incontro col fantasma del padre e la scoperta della verità sulla sua (del padre) morte. Del resto, che la verità renda liberi, ma solo quando avrà finito con te – «The truth will set you free. But not until it is finished with you» (p. 468) – è una delle sentenze che DFW ha disseminato nel suo romanzo.
Altri indizi fanno pensare al dramma shakespeareano. Ad es., titolo del libro si riferisce al misterioso film Infinite Jest prodotto dalla Poor Yorick Entertainment, una evidente citazione dal quinto atto di Hamlet: «Alas, poor Yorick! I knew him, Horatio; a fellow of infinite jest…».

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