Archivio David Foster Wallace Italia

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nuove uscite DFW negli USA

Dagli USA arrivano notizie di tre nuove uscite di DFW:

  • David Foster Wallace: In His Own Words - si tratta di un audiolibro che raccoglie le letture dello stesso DFW di alcune suone opere (dettalgi qui)
  • On Tennis: Five Essays - cinque saggi sul tennis di DFW [“Tennis, trigonometria e tornado”, “Come Tracy Austin mi ha spezzato il cuore”, “Democrazia e Commercio agli U.S. Open”, “L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza dell’essere umano” e “Federer di Carne e Nulla”] (dettagli qui)
  • The David Foster Wallace Reader - raccoglie capitoli dei suoi romanzi altri racconti (dettagli qui)

Archiviato in DFW saggi uscite 2014


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DFW e il pianeta Trillafon (Alfabeta2/Doppiozero)

Doppiozero pubblica un pezzo di Emmanuela Carbé apparso in precedenza su Alfabeta2.

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A cinque anni dalla sua scomparsa arrivano prontamente in Italia le traduzioni di tre volumi di e su Wallace usciti in America nel 2012. La biografia di D. T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi e la raccolta di pezzi non-fiction Di carne e di nulla per Einaudi; Un antidoto contro la solitudine. Interviste e conversazioni da minimum fax.

 Se la biografia rappresenta un punto di arrivo importante e la raccolta di interviste un’operazione editoriale ben riuscita, il volume di saggi, apparso in America con il titolo Both Flesh and Not, sembrerebbe il più debole, con interventi decontestualizzati che rischiano di sembrare né carne né pesce: dall’introduzione all’antologia The Best American Essays 2007 a un glossario d’autore per l’Oxford American Writer’s Thesaurus, passando per saggi come Futuri narrativi e i Vistosamente Giovani (acuta riflessione su letteratura, intrattenimento, televisione: “Ciò che ci racchiude […] sta uccidendo ciò che amiamo”; quanto è vero). Ancora più debole l’edizione italiana, che scompone la struttura originale già di per sé traballante ed elimina da questa “Prima edizione” i due saggi già pubblicati nel volumetto Il tennis come esperienza religiosa (Einaudi 2012), uscito poco prima di Both Flesh and Not.

Non è nemmeno di conforto sapere che Democrazia e commercio agli US Open e Federer come esperienza religiosa, i due saggi espunti, “sono stati sostituiti dalle tre interviste inedite” che chiudono il volume. La sostituzione non pare abbastanza convincente. Ma non è il caso di scandalizzarsi, sebbene il volume originale si aprisse con il saggio su Federer che è la chiave di lettura del titolo Both Flesh and Not. Potremmo magari incollare i due volumi: è una cosa divertente che abbiamo già dovuto fare, e che senz’altro rifaremo ancora, nell’intricata foresta editoriale di Wallace, di cui per diversi motivi ci interessa ogni brandello di scrittura. E ci interessa veramente, onestamente: Di carne e di nulla, pur nelle sue debolezze, rimane una raccolta preziosa, che si può agilmente attraversare con i buoni strumenti forniti da D. T. Max.

 In direzione contraria si risale alla biografia con un intervento che Wallace scrisse nel 2004 e che si legge nella raccolta saggistica: stroncando il volume A life, biografia di Borges (“sul lettino”) scritta da Edwin Williamson, Wallace ci pone di fronte alla banale verità che «l’importanza di uno scrittore costituisce l’unico motivo di interesse nei confronti della sua vita», e già ci sentiamo presi in causa.

Pensateci – scrive – sentir raccontare la vita della maggior parte delle persone che passano quattordici ore al giorno sedute in solitudine, a leggere e scrivere, non è esattamente da brivido.

Effettivamente ogni biografia racchiude per sua natura un “infelice paradosso”: gli ammiratori (autore e lettore) finiscono insieme e spesso involontariamente in un perverso meccanismo che “deve far sembrare la vita personale e i travagli psichici dello scrittore essenziali alla sua opera”. Ma qui D. T. Max non fa speculazioni e il suo volume, pur non sfuggendo al paradosso, parte da un lavoro minuzioso e delicato di incroci tra testimonianze (amici, parenti, professori, scrittori) e tasselli di lettere e interviste. Nel complesso, tralasciando qualche piccolo cedimento strutturale (delle note a piè di pagina che si perdono nel labirinto dell’impresa, e non potrebbe essere altrimenti), D. T. Max ha il grande merito di non scivolare, almeno nei limiti del possibile, sul Grande Sapone di tutta la questione: il pianeta Trillafon.

Nella biografia leggiamo che Wallace nel 1983 abbandonò per la seconda volta l’università, e si confessò in una lettera all’amico Corey Washington, accennando anche al compagno di stanza McLagan: 

Ero a un passo dal compiere qualcosa di stupido ed irreparabile ad Amherst, ma alla fine, se con più senno o più debolezza dipende se adotti il punto di vista dei miei genitori o quello di Charlie M[cLagan], ho optato per fare del mio meglio per continuare a esistere

Il Pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta è il primo, struggente racconto di Wallace, scritto in quell’anno e pubblicato nel 1987 sull’«Amherst Review» (in Italia edito in Questa è l’acqua, Einaudi 2009), che richiamandosi alla campana di vetro di Sylvia Plath descrive la «grave depressione clinica» e quel pianeta lontano dalla Terra, Trillafon, il luogo sinistramente straordinario dove il farmaco sa riparare dalla Cosa Brutta:

provate a immaginare il momento in cui vi rendete conto, in cui improvvisamente capite che per voi non c’è superficie, che potete nuotare finché vi pare tanto lì dentro ci affogate.

Parlare della scrittura di Wallace significa immergersi nella Cosa Brutta, nei viaggi dal pianeta Terra al pianeta Trillafon e ritorno, in una costante partita (persa?) per il lettore che cerca intelligentemente di stare lontano dal Grande Sapone. Così Wallace su Williamson: 

se pure quello che dice è vero, i racconti trascendono a tal punto il loro movente che i fatti biografici diventano, nel modo più profondo e letterale, irrilevanti.

Ma Wallace aveva imparato presto che la sua vita era più che rilevante per i giornalisti. Dopo l’uscita di Infinite Jest ebbe la fortuna di incontrare David Streitfeld del «Washington Post»:

è diventato mio amico perché era la mia prima intervista e sono stato selvaggiamente indiscreto su cose tipo le mie esperienze con la droga […] e lui mi ha interrotto e mi ha spiegato con pazienza una serie di regole su cosa dire e non dire ai giornalisti (così si legge in una lettera a Don DeLillo).

In Un antidoto contro la solitudine ritroviamo un’intervista in cui Wallace ricorda quella sua prima esperienza con Streitfeld, e spiega a Matthew Gilbert (siamo nel 1997) che rispondere alle domande di qualcuno non è certo uno scherzo. “‘Questa roba’, col dito fa avanti e indietro fra noi due, ‘è difficile’”, racconta Gilbert intento a raccogliere un catalogo di «sensazioni» dell’autore dopo il successo di Infinite Jest. Un anno prima Wallace dialogava con Anne Marie Donhaue collegando l’irrilevanza del dato biografico, qui portato all’estremo («se la gente vuole davvero sapere cosa ho mangiato per pranzo, va bene. Ma è una cosa un po’ tossica»), alla necessità di spostare la messa a fuoco sugli altri: «meno mi guardano, più posso guardare io, e più ci guadagniamo io e il mio lavoro».

Le interviste sono quella «roba difficile» che permette a Wallace di misurarsi proprio su questo  terreno, nella costante esigenza di mantenere l’autenticità dello scrittore e proteggere il suo perimetro personale. Muovendo il dito avanti e indietro Wallace costruisce un congegno perfetto per rimettere in gioco chi intervista. Accade allora che il nostro punto di osservazione si sposta dalle parole di Wallace al suo occhio intento a scrutare l’intervistatore nell’atto di intervistarlo: l’autore trova il punto di fuga e si nasconde, e noi ci guadagniamo in Wallace e nel suo lavoro.

Nascondersi non significa però evitare di esporsi: al netto delle bugie protettive, che facilmente i più curiosi rintracceranno in D. T. Max, Wallace sa arrivare alla sincerità più profonda. «Capisci cosa intendo?», spiega con semplicità a Larry McCaffery (1993), «nel mondo reale tutti soffriamo da soli; la vera empatia è impossibile. Ma se un’opera letteraria ci permette, grazie all’immaginazione, di identificarci con il dolore dei personaggi, allora forse ci verrà più facile pensare che altri possano identificarsi con il nostro. Questo è un pensiero che nutre, che redime: ci fa sentire meno soli dentro».

Sì, capiamo bene cosa intende Wallace, perché sia sul pianeta Trillafon che sulla nostra Terra, lontani o vicini dalla Cosa Brutta, tutti noi abbiamo bisogno di letteratura per questo.

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DFW o della complessità necessaria

Pubblichiamo un pezzo di Luca Casarotti. Buona lettura.

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Questo articolo  è uscito sul numero di marzo di Jaromil, periodico redatto da un gruppo di studenti ed ex studenti dell’Università di Pavia. Ringrazio il caporedattore Marco Magnani per avermi chiesto di scrivere un contributo su David Foster Wallace e per essersi fidato delle mie parole.

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Quando, all’indomani del 12 settembre 2008, si diffuse la notizia del suicidio di David Foster Wallace, la comunità dei suoi lettori e fan fu attraversata dalla sensazione che fosse venuta a mancare una persona con cui, in qualche modo, esisteva un rapporto di familiarità. In molti provarono a descrivere quella sensazione: ne parla Martina Testa (che di DFW è una delle traduttrici italiane) nell’introduzione alla riedizione della raccolta di racconti La ragazza dai capelli strani (Minimum fax 2008). Ne parla Stefano Bartezzaghi nella sua prefazione a La scopa del sistema (Einaudi 2008), il primo romanzo dello scrittore di Ithaca. Ma Bartezzaghi, in quella prefazione, si chiede, anche, quando sarà possibile tornare a leggere le opere di DFW senza il condizionamento che inevitabilmente la sua biografia tragica esercita. E’ una domanda importante, perché se la critica si ricordasse più spesso di Benjamin e di Foucault e ragionasse più di opere che di autori (con il corollario che le vicende biografiche di questi fuoriescono dall’area di interesse semiotico), probabilmente si eviterebbe tutta una serie di abbagli. Ma come è possibile farlo, quando le opere stesse (i racconti Il suicidio come una specie di presente, Caro vecchio neon) sono disseminate di eventi -leggendole a posteriori, ovviamente, è facile dire presagi- che riguardano la vita dell’autore? Però bisogna farlo: tenendo conto, certo, che DFW ha masticato (e pure parodizzato, ad esempio nel racconto lungo Verso occidente l’impero dirige il suo corso, di cui ha poi fatto autocritica) la letteratura postmoderna. E, dato che il postmoderno è anche metaletteratura (l’autore riflette su sé stesso e sull’opera che sta scrivendo mentre la scrive), anche DFW, che degli stilemi postmoderni ha sempre dichiarato di servirsi, si è inventato sue ipostasi, personaggi che incarnano allegoricamente -a volte molto allegoricamente- l’autore. Del resto (chiedo perdono per la banalità) Wallace è uno scrittore e come tale immagina, inventa, si serve di tecniche letterarie anche quando scrive saggi e reportage giornalistici (Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più); Tutto, e di più: storia compatta dell’∞; Considera l’aragosta etc). Per questo, cercare una corrispondenza biunivoca tra le trame delle opere di DFW e le sue vicende biografiche è non solo discutibile, ma anche inutile. Eppure c’è chi lo fa.

 

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Raimo su Americani di J.J. Sullivan (Minima et Moralia)

Su Minima et Moralia Europa Christian Raimo parla di "Americani" raccolta di saggi di J.J. Sullivan, giornalista americano che conosciamo bene per aver tradotto un suo ottimo pezzo su DFW (poi ripreso da Nazione Indiana). Si parla di saggistica che tende alla letteratura, e il confronto con DFW è obbligatorio:

per Wallace – da buono studioso dei post-moderni – l’esagerazione è funzionale a una messa a distanza dell’oggetto narrato. I reportage di Wallace (Una cosa divertente che non farò mai più o Tennis, tv, trigonometria e tornado o Considera l’aragosta) sono talmente esagerati che i personaggi non sono più realistici ma diventano iconici, cartooneschi, romanzeschi, fumettistici. Wallace aveva capito che era l’unico modo che aveva per poter parlare di persone reali mettendoci della pietas nel suo sguardo ossessivo e chirurgico: farne invenzione, complicarli parossisticamente, farli esplodere, renderli talmente distanti da un approccio superficiale che immagino che le persone stesse raccontate da Wallace avranno letto quei loro ritratti come altro da sé, prototipi di un’umanità immaginaria e meravigliosa.
Inoltre – e qui veniamo per me al punto chiave – i danni inconsapevoli che ha prodotto Wallace negli scrittori contemporanei sono infiniti. L’esibizione della propria disinvoltura sulla pagina, l’intelligenza analitica applicata ai fenomeni più masscult possibile hanno un senso solo se di questa cultura pop se ne svelano le contraddizioni, solo se la diagnosi minuziosa ci porta verso un piano di riflessione politica, religiosa, esistenziale. Wallace è capace di parlare di vocabolari e essere uno scrittore politico, o di primarie repubblicane e essere uno scrittore esistenziale. Ma questo talento non è solo germinale, ha una premessa che sta nella prospettiva: Wallace è critico nei confronti della società dei consumi, in quasi qualsiasi intervista ripete che la sua generazione è cresciuta con la menzogna che il consumismo e la realizzazione dei desideri dell’individuo avrebbero garantito la felicità, e la sua scrittura è un tentativo continuo di sbugiardare quest’illusione. 

(Fonte: minimaetmoralia.it)

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Youthless fanzine intervista Paolo Zardi

Apprezzi , come molti lettori italiani, David Foster Wallace; quali pensi che siano gli aspetti positivi e negativi sulla sua influenza?

Ho scoperto David Foster Wallace nel 2007 e per me è stato una folgorazione: se scrivo racconti, lo devo a lui. Come tutti i grandi scrittori, invita all’emulazione, con il rischio di trovarsi di fronte a una schiera di replicanti, nella migliore delle ipotesi, o di patetiche parodie. Tutti i geni sono pieni di difetti, e tali difetti – le ossessioni, la megalomania, l’ego smisurato – sono necessari alla loro grandezza. Di Wallace bisognerebbe trattenere l’estremo coraggio, la smisurata capacità di usare la lingua in tutte le sue forme, e la profonda empatia che prova per il mondo.

il resto dell’intervista qui.

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Buon Compleanno DFW (PianissimoLibriSullaStrada)

Riportiamo un pezzo di Caterina Mittiga su DFW e Infinite Jest in occasione di quello sarebbe stato il 52mo compleanno dell’autore.

Universale e geniale, completo e definitivo, spettacolare e colossale. Il più grande evento letterario degli ultimi vent’anni. Vuoi leggerlo anche tu questo libro. Devi, perché non puoi perdertelo. Certo, quelle 1200 pagine … Non fa niente, hai letto Anna Karenina, cosa vuoi che sia. Certo, l’incipit un po’ ti disorienta: cosa vuol dire “precarietà delle cose impresse su materiale non cooperativo”?

Magari non sei pronto per un libro universale e geniale, completo e definitivo, spettacolare e colossale. Non sei maturo, può succedere. Non è il caso di sentirti in colpa se lo metti da parte. I libri a volte fanno paura.

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Oggi, 21 febbraio, David Foster Wallace avrebbe compiuto 52 anni. L’età in cui quelli che chiamiamo “grandi autori” stanno ancora faticando per meritarsi questo appellativo. Prima di decidere di morire (nel 2008), David Foster Wallace ha scritto romanzi, racconti e saggi che lo hanno spinto a forza tra le più grandi penne della letteratura contemporanea. Infinite Jest è l’ultimo romanzo concluso (l’ultimo pubblicato, Il re pallido, è incompiuto). Ed è un romanzo che può fare paura.

Perché scegliamo di fare gli auguri di compleanno a David Foster Wallace parlando di un libro non letto, abbandonato, mai più ripreso? Perché sono in tanti, tantissimi, ad averlo non letto, e abbandonato e mai più ripreso.

Di Infinite Jest, Fernanda Pivano disse che “questo libro straordinario ha cambiato la struttura, il linguaggio e l’uso dell’ironia nella narrativa americana”. Il lettore si fida di Fernanda Pivano e di quanti lo hanno definito e continuano a definirlo un capolavoro. Ma il lettore è solo un lettore, e ciò che succede tra lui e la pagina di un libro non è un fatto universale.

"Mi sento in colpa per non averlo letto tutto". È il commento più frequente su internet, nei forum dedicati al romanzo. Perché se non riconosci quel capolavoro, diventa una questione di colpa. Eppure.

In un’intervista rilasciata a due studenti della Cleveland State University, Hugh Kennedy e Geoffrey Polk, nel 1993, e che potete leggere qui, D. F. W. diceva che

"riuscire a vivere come un essere umano e contemporaneamente produrre qualcosa di valido, con quel grado di ossessività che è necessario per farlo, è veramente complicato […] quel tipo di sensibilità rende molto difficile stare in mezzo alla gente senza ritrovarsi a lievitare dalle parti del soffitto, guardando quello che succede. Andate a un convegno di scrittori, una volta o l’altra: autori che sulla carta sono straordinari, di persona sono del tutto disadattati".

Prendiamo Infinite Jest come campione dei libri abbandonati lungo la strada. Abbiamo provato ad entrare dentro la storia e a guardare in faccia l’autore, ma abbiamo fallito. Non riuscendoci, abbiamo avuto l’impressione di parlare due lingue diverse. Quel livello di (in)comprensione del mondo non ci appartiene. Non è a me che parla David Foster Wallace, e io non posso ascoltarlo.

Capita che chi ama i libri leggendone uno particolarmente intenso pensi “vorrei sapere di essere in grado di scriverlo anch’io”. Ma di fronte a un autore come D.F.W., e ancora di più di fronte a un libro come Infinite Jest, questo probabilmente non capiterà. Non vorremmo in alcun modo essere in grado di scriverlo.

Cosa c’è dietro una lucida sensibilità, dietro una percezione del mondo più acuta di quanto sia necessario per sopravvivere? C’è un autore che avverte la necessità di esercitarsi per “vivere da essere umano” e dunque qualcosa che umano non è. Possiamo chiamarlo genio, se ci piace così. E possiamo riprometterci di riprendere in mano Infinite Jest, e tutti gli altri suoi racconti e romanzi, e rintracciare tra le parole la ricerca di una vita. Vita breve e ricerca infinita, come il suo capolavoro: toccare il lettore con la narrativa e la poesia, lenire la sua solitudine inevitabile.

***

"Perché sì, è questo il grande incubo quando fai una cosa lunga e difficile, hai il terrore che venga presa come gratuitamente ostica e difficile, che sia, tipo, un esercizio avanguardistico fine a se stesso. E avendo fatto qualcosa del genere, credo, agli inizi della carriera, mi spaventava non poco: e la fregatura – (ne avrei, sai, di cose da dire sul piagnisteo di tanta narrativa d’avanguardia e di tanta narrativa seria e sulla defezione dei lettori e , sai com’è, prendersela solo con la tv in un certo senso è una cazzata) – è che secondo me un mucchio di avanguardia ha dimenticato che ha anche il compito di convincere il lettore con le lusinghe a fare volentieri uno sforzo. E nel fare una cosa così le paure erano tante e una era: – Oh no, verrà fuori di una lunghezza o di una difficoltà gratuite -. E, non so, sono contento che tu l’abbia detto perché, sì, non ho mai sfacchinato tanto su qualcosa in vita mia e niente di quello che c’è dentro è lasciato al caso e alcuni lettori e recensori già lo considerano un pastrocchio buttato lì a casaccio e io non posso far altro che alzare le spalle."

David Foster Wallace intervistato da Michael Silverblatt – Di carne e di nulla, Einaudi.

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